Guardo la cascina del Parco voltandomi indietro e saluto il bel luogo dove ho passato cinque giorni accoglienti e raramente perfetti: in 24 abbiamo partecipato al 1° corso di Permacultura, tenuto da un simpatico cow-boy spagnolo, tale Richard Wade che ci ha riempito di entusiasmo lavorativo.
In effetti il concetto che ci ha fulminato è stato: con la Permacultura occorre programmare di faticare il meno possibile con il massimo rendimento e rallegrandosi l'anima.

Mi viene da ridere se ripenso a ciò che credevo fosse l'argomento di questo corso: una tecnica agricola su terreno di Permafrost ovvero imbevuto di acqua, invece ho scoperto un sistema che rispetta la terra riciclando tutto ciò che di organico produciamo, evitando sprechi energetici, riconquistando terreni abbandonati alle erbacce o desertificati, aiutando chi soffre di carenze alimentari ad avere un proprio fabbisogno, facendo a meno delle nostre umilianti e mai disinteressate elemosine.

Ho scoperto che un giardino può essere bello anche pieno di biete e cavoli e, magari, di fiori di piante medicinali, che una siepe può andar su sostenendo zucche, fagioli e more, ma ho anche percepito che, coltivare in tale maniera, è seguire i meandri della nostra anima, disegnando spirali e Mandala come pregassimo.


Detta così sembra di descrivere sistemi da "figli dei fiori", invece una programmazione circostanziata, alle esigenze fisico-biologiche del territorio, precede sempre l'esecuzione di un orto o di una qualsiasi struttura in Permacultura.
Nonostante l'affollamento, è stato divertentissimo eseguire sul campo quanto appreso in classe: giornali, cartoni, paglia, foglie secche e compost sono stati gli elementi per la pacciamatura dell'orto e della sua costruzione, l'esecuzione della spirale ha coinvolto architetti, geometri e manovalanza presente in combattute discussioni accademiche. Richard ha assistito, apparentemente imperturbabile, e, dopo molto discutere, "habemus spiralem", che abbiamo riempito con piante aromatiche saggiamente disposte.


Altra condizione fantastica, in permacultura, è che non esistono regole fisse né morale incrollabile, tranne il coltivare nella maniera meno distruttiva e più produttiva per la sostenibilità dell'ambiente: si può seguire un orto che dia il sostentamento ad una famiglia o si può coltivare per avere un reddito, tenendo sempre presente il detto cremonese di Giovanni (nostro collega di corso): "il cane ingordo si mangia la coda".
La presenza di animali: galline, api, oche o maiali, mucche e pecore, a seconda delle dimensioni del coltivato, completeranno il ciclo e il riciclo produttivo.


Richard, Mara e Stefano sono stati rispettivamente il nostro possente e dolce maestro e i nostri entusiasti tutors, ma posso dire che, fra tutti noi, si è generato una sorta di apprendimento osmotico: era come se, nel suo inconscio, ognuno di noi avesse già sperimentato la Permacultura nelle sue regole di vita e, vuoi per sorte, vuoi per decisione, ci fossimo trovati tutti insieme per scambiarci esperienze e per sognare, ad occhi aperti, la "Finca encantada" di Richard e di sua moglie Ines, laggiù in Tarragona, Spagna.

Nessuno di noi potrà aspettare tanto tempo prima di rivederci e continuare questo discorso affascinante ed essenziale nella sua semplicità, ci sembra di aver solo sbirciato in un ambiente pieno di promesse, ci auguriamo perciò di riavere un'altra occasione eccezionale, come quella appena offertaci dalla "Scuola Agraria del Parco di Monza", che ringraziamo di tutto cuore per la sua disponibilità ed accoglienza.


Ciao Richard, Mara, Stefano ed Elisa, Mario e Maristella, Giovanni (l'artista), Eliana, Simonetta e Livio, Doretta, Irene, Alberto, Franco, Luigi, Maria Grazia, Maria Teresa, Pier Franca, Carlotta (sempre sull'orlo di una crisi di... riso), Adriano e Rita, Giovanni (che si arrampica sugli alberi) e Cristina (la mia saggia compagna di stanza), come vi ho già detto: siamo stati fra noi, in equilibrio e gioia, come le essenze di un bosco sano!

questo articolo è tratto dal "Notiziario della Scuola Agraria del Parco di Monza", dicembre 2001-febbraio 2002, pag. 10